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Cammino di Santiago: tutto quello che c’è da sapere

Il Cammino di Santiago de Compostela è una delle vie di peregrinazione più importanti della storia, tanto che la città è considerata la terza città santa per la cristianità dopo Gerusalemme (da cui tutto partì) e Roma. Divenne così importante nel Medioevo, con un massimo splendore tra i sec. XI°-XIII°, che il termine pellegrino (come cita Dante nella Vita Nova) divenne sinonimo del viandante che si dirigeva a Santiago.

Cammino di Santiago: la storia

È una rotta percorsa ininterrottamente fin dal primo terzo del IX° sec., epoca a cui risale la declamazione della scoperta della tomba di San Giacomo il Maggiore, uno tra i più intimi degli apostoli di Gesù, in seguito (così narra la tradizione) all’apparizione di una stella su un campo presso un colle chiamato Libredòn, che indicò ad un pio eremita del tempo il luogo ove giacevano, dimenticate da secoli, le reliquie del santo.

Da tutto ciò deriva il nome della città che ivi nacque: Santiago (contrattura iberica di San Giacomo) de Compostela (del campus stellae) a ricordo di quella stella che, come la cometa guidò i Magi a Betlemme, indico a Pelayo (l’eremita) il luogo del sepolcro.

Fare il Cammino di Santiago aumenta la tua felicità

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Chi sono i pellegrini del Cammino di Santiago

Da più un trentennio a questa parte il Cammino di Santiago ha ritrovato una nuova vitalità tanto che, se nel Medioevo fu motivo d’incontro e scambio culturale tra le genti del Mondo Antico (motivo per il quale nella seconda metà degli anni ’80 fu definito “Primo itinerario culturale Europeo”), oggi è diventato un fenomeno mondiale; è facile infatti trovare sul Cammino persone di ogni nazionalità, ben oltre quelle europee. Negli ultimi anni si è stimato che oltre 200.000 pellegrini giungano ogni anno a Santiago.

Il Cammino di Santiago: tappe e curiosità

Bisogna essere credenti per affrontare il Cammino di Santiago?

Ci sono credenti e non, cristiani e persone di altre fedi: ad accomunare tutti quelli che si mettono in cammino è  la voglia di vivere un’esperienza che permetta di ritrovare la vera natura dell’uomo (“schiacciata” dalla frenesia e ansia del nostro tempo), le profondità del proprio cuore, della propria anima… Poi c’è chi è mosso dalla ricerca del trascendente e chi parte a causa di eventi, o prove che la vita gli ha posto davanti: una malattia, un dolore, una perdita ma anche una grande gioia arrivata inattesa.

Il Cammino di Santiago: lungo la costa del Portogallo

Quanti km è lungo il Cammino di Santiago

Per percorrere a piedi l’intero Cammino di Santiago (qui ci riferiamo alla rotta più conosciuta per chi giunge da fuori la Penisola Iberica, chiamata anche Cammino Francese e lunga circa 800 km), dai Pirenei fino alla Galizia (regione all’estremo Nord-Ovest della Spagna dove si trova la città dell’apostolo) occorre mediamente un mese.

Ognuno ha il suo ritmo: non è un’impresa sportiva, per godere e arricchirsi di un’esperienza così unica occorre trovare il proprio ritmo biologico e spirituale (per chi ci crede) e seguire quello (così frequentemente violentato nella quotidianità). A mio modesto avviso sarebbe bello, per entrare a pieno in tutto ciò, potere avere a disposizione almeno una decina di giorni se non due settimane da dedicare al cammino, svolgendolo per quel tratto che sarà possibile.

Viaggio nelle Asturie: gli spettacolari Cammini di Santiago

Cammino di Santiago: i luoghi e le tappe più suggestive

Le regioni attraversate dalla rotta compostelana sono: Navarra (e l’Aragona per chi entrasse in Spagna dal passo del Somport invece che da Roncisvalle), La Rioja, terra di vini rinomati, Castiglia-Leòn con le sue immense mesetas (altopiani stepposi), Galizia, terra sempre verde e di cultura celtica.

I luoghi più suggestivi sono tanti, ma alcuni sono particolarmente evocativi in quanto legati a leggende o a miracoli lì avvenuti; Roncisvalle (legato alle gesta dei paladini di Orlando (o Rolando), Santo Domingo de la Calzada, con l’unica cattedrale al mondo ad avere al suo interno una gabbia con due galline vive, San Juan de Ortega, antico monastero sperduto in un querceto a mille metri di quota, O Cebreiro, luogo fatato e misterioso a 1300 metri di altitudine sulla cordigliera galaico-cantabrica, porta d’ingresso della Galizia, legato ad un miracolo eucaristico (tipo Bolsena).

Ovviamente tutte le città e i borghi attraversati dal cammino, hanno una ricchezza artistica e culturale immensa, le principali e capoluoghi sono: Pamplona, Logrono, Burgos, Leòn, Astorga.

Guarda il video del Cammino portoghese della costa

Quanto costa percorrere il Cammino di Santiago

Percorrere il Cammino, tra donativi per i rifugi, mangiare e necessità che possono occorrere può costare tra i 650 e i 900 euro. Molto dipende dallo stile di vita che si sceglie durante il cammino; chi è felice di privarsi di ogni cosa superflua può contenere la spesa di molto… Importante è comunque partire con lo stretto necessario per evitare pesi inutili che alla lunga fiaccherebbero il corpo. “Pieces” fondamentali sono: uno zaino di qualità con cinghie regolabili e comode, delle ottime scarpe da trekking in goretex (non gomma, si aumenta il rischio di vesciche), possibilmente non nuove di zecca, un sacco a pelo da mezza stagione (le notti sono spesso, anche in estate molto fresche), una cerata impermeabile che copra completamente (zaino compreso) il pellegrino in caso di pioggia. Come abbigliamento, il meno possibile, senza rinunciare a una felpa o a un Pile…

Buon Cammino a tutti, o meglio Ultreya y Suseia (antico saluto tra pellegrini che significa “animo e verso l’Alto”!)

Cammino di Santiago: i 6 percorsi

 

Come prepararsi al Cammino di Santiago

Alfonso Curatolo è il co-autore della “Guida al Cammino di Santiago di Compostela”, pubblicata da Terre di Mezzo e arrivata alla TREDICESIMA  edizione (gennaio 2022).

Curatolo ha scritto anche un volume sugli aspetti storico-spirituali del Cammino intitolato “La Via di Santiago” (edizioni San Paolo); la casa editrice Terre di Mezzo, oltre alle guide, ha anche un sito tutto dedicato ai cammini, percorsiditerre.it.

 

 

 

 

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Lussemburgo: itinerari tra foreste, vigneti e castelli. Come in una fiaba

Al centro dell’Europa, incastonato tra Belgio, Francia e Germania, batte un cuore verde: è il Lussemburgo, l’ultimo Granducato al mondo, che fuori dalla capitale, centro nevralgico dell’Unione Europea, svela agli occhi dei visitatori un vero e proprio paesaggio da fiaba: fiumi e laghi cristallini in cui fare il bagno o pescare, colline scoscese ricoperte di aceri, antichi castelli immersi in foreste di felci. Dalla capitale e i suoi dintorni, con la regione del Moselle e i suoi vigneti, fino alle Ardenne, a nord, il Lussemburgo è un susseguirsi di paesaggi diversi e suggestivi che – come suggeriscono i lussemburghesi stessi – possono essere apprezzati soprattutto muovendosi a piedi. 

Sono tante, del resto, le rotte escursionistiche – di varia difficoltà – presenti nel Paese: percorsi ad anello da fare in un giorno, percorsi di più giorni con rientro al punto di partenza, e itinerari più lunghi da scegliere se si ha a disposizione più tempo. Ai piedi degli hikers si srotola una rete nazionale di sentieri che copre l’intero territorio: vie di collegamento che permettono di incrociare le città e i villaggi più importanti del Paese, e in alcuni casi anche di “sconfinare” in Francia o in Germania.

Un’immersione nella natura che si trasforma anche in un’occasione culturale, alla scoperta di un Paese piccolo di dimensioni ma ricco di opportunità.

Moselle: itinerari di un giorno nella natura del Lussemburgo

A sud est di Luxembourg city si stende la regione della Moselle, il fiume che attraversa Francia, Germania e Lussemburgo, segnandone il confine meridionale. È su questo fiume che nel 1985, a Schengen, fu firmato il Trattato che ora ci permette di viaggiare liberamente in Europa. E un inno all’Europa unita è anche il sentiero ad anello che partendo proprio da Schengen – che andrebbe visitata anche solo per il Museo dell’Europa  scavalca il confine di Francia (incrociando il villaggio vinicolo di Contz-les-Bains) e Germania, e permette di attraversare ben tre paesi europei in sole tre ore, scoprendo vallate ricoperte di vigneti e frutteti, intricate foreste di faggi (nella riserva naturale Strombierg), cave di gesso e oltre 70 specie di volatili.

Flora e fauna si possono ammirare anche nella riserva naturale Haff Réimech,  imparando a conoscerle (e riconoscerle) nel vicino centro di conservazione della natura Biodiversum, futuristica struttura costruita su un’isola creata artificialmente, che ospita mostre temporanee sui temi della sostenibilità e studi sulla riserva stessa, e funge anche da centro di coordinamento per visite guidate e attività di osservazione. 

Attraverso una riserva naturale, quella di Manternacher Fiels, passa anche il sentiero del sogno, un percorso ad anello di 9,6 Km che fa capo a Manternach. Tra facili salite e discese, si incontrano pascoli e frutteti, formazioni calcaree (come il Michelslay) e foreste, e ci si imbatte all’improvviso in vigneti costellati di antichi mulini. 

I vigneti del resto, sono la caratteristica di questa regione, l’unica zona vinicola del Lussemburgo, dove si coltivano Pinot nero e bianco, Chardonnay, Auxerrois e Gewürztraminer, che si possono degustare durante tour mirati nelle cantine e nelle tenute. Come quelli organizzati lungo il Sentiero Vino e Natura che parte da Ahn e procede per 9 km inoltrandosi prima nella foresta di gole lungo il Donverbach, poi tra i vigneti e cantine per imperdibili degustazioni,  e ancora tra le formazioni rocciose e  i bossi della riserva naturale di Palmberg, ricca di di orchidee selvagge. 

Un mix di natura e sapori che sarà facile da realizzare (la zona dista meno di 20 chilometri da Luxembourg city, dove si può rientrare in giornata) e difficile da dimenticare. 

Mullerthal Trail: un weekend in cammino

Difficile da dimenticare sarà sicuramente anche un weekend nel Mullerthal, la cosiddetta “Piccola Svizzera del Lussemburgo”. Accostato al paese elvetico per via del suo territorio collinare nel quale si alternano foreste e pascoli, in realtà il Mullerthal, che si trova a est, sul confine con la Germania, riserva molte più sorprese. Percorrendolo, si scopre un vero e proprio piccolo paradiso, fatto di originalissime formazioni rocciose create dall’erosione del suolo, falesie e burroni, attraversati da torrenti e ruscelli immersi in una vegetazione rigogliosa.

Un luogo fiabesco e fuori dal tempo, come la città più importante della regione, Echternach, che è anche la più antica di tutto il Lussemburgo. Sorto intorno all’Abbazia benedettina nel 700, il borgo di Echternach, tuttora circondato dalle mura medievali, piccolo e raggiungibile gratuitamente con il treno da Luxembourg City, è il punto d’appoggio ideale per chi ha voglia di esplorare la regione.

Da qui infatti si dipana una rete di sentieri escursionistici più lunghi di quelli del Moselle, che sono l’ideale per chi non si accontenta di escursioni di poche ore ma non ha abbastanza tempo per affrontare itinerari di hiking più lunghi. Il Mullerthal Trail, composto di tre diversi tracciati, è complessivamente di 112 km e permette di raggiungere in poche tappe tutte le più importanti attrazioni della regione: il Castello di Beaufort, con le rovine medievali e il palazzo rinascimentale (ora temporaneamente chiuso), dove si produce il celebre liquore Cassero; il canyon dei lupi, rifugio degli animali, e la grotta Huel Lee, dove in passato si tagliavano le pietre per fare le macine per i mulini;  il mulino “Heringer Millen”, ancora funzionante e temporaneamente chiuso, dove viene testato persino l’abbigliamento da trekking; la piccola cascata Schéissendëmpel; la città di Berdorf, nota non solo per i suoi meravigliosi panorami ma anche per il suo formaggio. 

Éislek, le Ardenne lussemburghesi: itinerari nel nord 

Per chi vuole unire le immersioni nella natura alle vacanze active, senza dimenticare un tuffo nella cultura  la meta ideale è invece la regione dell’Éislek, le Ardenne lussemburghesi, nel nord del Paese. Qui infatti non ci sono “solo” due grandi parchi naturali (il Parco Naturale di Haute-Sûre e il Parco Naturale dell’Our), profonde vallate e altipiani ricoperti di foreste di conifere e latifoglie, che rendono le passeggiate più avventurose, ma anche pittoreschi villaggi e imponenti castelli che testimoniano l’importanza di questa regione in epoca medievale.

Come il castello di Bourscheid, considerato la più grande fortezza del Lussemburgo, costruito intorno al X secolo. O come il più noto castello di Clervaux, nel cuore della regione: abbarbicato su una roccia, il maniero domina la città ai suoi piedi dal 1400 e oggi, oltre che visitabile, è sede di una importante esposizione permanente: La famiglia dell’Uomo, mostra fotografica del pittore lussemburghese Edward Steichen, inserita nel registro mondiale della memoria dell’Unesco.

Percorrere questa regione a piedi è il modo migliore per conoscerla a fondo, essendo coperta da una rete di sentieri strutturata per soddisfare tutte le esigenze (da quelle delle famiglie con bambini a quelle degli escursionisti più esperti pronti ad affrontare percorsi più complessi) e in grado di raggiungere tutti i punti più interessanti sia dal punto di vista naturalistico che storico.

Il percorso più raccomandato e completo, da scegliere se si hanno più giorni di tempo, è l’Escapardenne, un tracciato transfrontaliero di 158 km che collega Ettelbruck, in Lussemburgo, a La Roche-en-Ardenne, in Belgio, attraversando città, villaggi, parchi naturali, boschi e prati, e permettendo di incontrare animali di tutti i tipi, dalle mucche ai cervi. Il sentiero, certificato “Leading Quality Trail – Best of Europe” dalla European Hiking Association, è strutturato in due parti: il Lee trail, di 52 km e tre tappe, e l’ Éislek trail di 106 km divisi in cinque stazioni. 

Raggiungere i punti di partenza di tutti questi sentieri arrivando dall’Italia è molto semplice: basta atterrare a Lussemburgo, la capitale, e poi muoversi in treno, che in tutto il paese è gratuito anche per i non residenti. 

Tutte le informazioni si possono trovare non solo sul sito dell’ente del turismo visitluxembourg.com e sulla rivista gratuita Luci, ma anche sulla App Visitlux, per Ios e Android, dove si possono trovare itinerari, suggerimenti, visite guidate con relativi orari, e persino le previsioni meteo.

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Imparare a respirare sull’Appennino emiliano, con IT.A.CÀ, festival di turismo responsabile

IT.A.CÀ, il festival di turismo responsabile di cui DOVE è media partner anche quest’anno, è approdato sull’Appennino e qui si ferma fino a fine luglio, con una varietà di appuntamenti e percorsi, nei quali imparare a porre l’attenzione sul proprio respiro, sia fisicamente (camminando) sia metaforicamente (andando alla scoperta del respiro della musica, della poesia, e dei boschi).

Del resto, il tema portante del festival 2021 è proprio il diritto di respirare, là dove per respiro non s’intende solo quello fisico (con un chiaro riferimento alla salute) ma anche quello sociale ed economico.

Riparte IT.A.CÀ, il festival del turismo responsabile edizione 2021. Il tema? Tornare a respirare

Camminare danzando

Quella sull’Appennino bolognese è una tappa “diffusa” che coinvolge, anche nello stesso weekend, diverse località, collegate dal medesimo filo conduttore: la lentezza. “La retta è per chi ha fretta” è il claim di questo appuntamento, definito dagli organizzatori, la tappa “madre” di tutto il festival. E infatti già nell’itinerario proposto per il prossimo weekend, la lentezza del procedere diventa un valore aggiunto, perché dovuta alla sperimentazione di nuove forme di movimento. La danza, prima di tutto: a Monzuno – tappa di sabato 17 luglio – i camminatori scopriranno infatti a passo di danza le bellezze di questa parte di Appennino, insieme al duo musicale Fragole e Tempesta e a Eugenia Marzi, danzatrice e guida escursionistica.

Poi, il giorno dopo, a Casalecchio di Reno, a rallentare i partecipanti, sarà un percorso culturale e botanico nel Parco della Chiusa, scandito da degustazioni di prodotti tipici e miele, che culmineranno con una performance teatrale alla suggestiva ex Limonaia di Villa Sampieri. 

Si continua a respirare – con lentezza – anche il giorno successivo, di lunedì, perché chi lo volesse, avrà possibilità di dormire nel Parco e di partecipare appena sveglio a una sessione di yoga. 

Festival IT.A.CÀ 2020: dal turismo responsabile la strada per un nuovo modello di economia

Il respiro della poesia

Sarà dedicato al respiro della poesia, invece, l’ultimo weekend del mese che è anche l’ultimo di questa “tappa madre”: dopo una giornata in bicicletta per i quartieri cosiddetti “disobbedienti” di Bologna (Porto/Saragozza/Barca e Lavino di Mezzo), venerdì 23 a IT.A.CÀ si unirà il Festival Disobbedienze con lo spettacolo dello scrittore Erri De Luca Per certi versi, attraverso il quale si proverà a narrare e valorizzare spazi e comunità fuori luogo, che nella dissonanza fanno respirare la città. 

Sarà la poesia della natura, invece, a far respirare chi parteciperà alle attività di sabato 24 e domenica 25 luglio. Attività più “tradizionali” per IT.A.CÀ, quando, ad Alto Reno, si seguirà un itinerario a piedi alla scoperta dei luoghi più suggestivi di questa parte di Appennino, nei quali a scandire tempi e ritmo saranno i boschi, gli animali, l’acqua che scorre, il vento tra le foglie e l’aria: aria di cui riempirsi i polmoni e il cuore. 

Il calendario completo e i dettagli sugli appuntamenti sono su www.festivalitaca.net

 

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Valle d’Aosta a piedi: trekking lungo le Alte Vie, nella natura più spettacolare

“In ogni passeggiata nella natura l’uomo riceve molto di più di ciò che cerca” diceva lo scrittore scozzese John Muir. E non c’è territorio più adatto della Valle d’Aosta per sperimentarlo.

È sulle proprie gambe, infatti, che si scopre il meglio della regione. A piedi, lungo le Alte Vie – i due percorsi che attraversano la Valle d’Aosta formando un grande anello –  con lo spettacolare sfondo offerto dalle montagne circostanti: imponenti vette come il Monte Bianco e il Cervino, il Monte Rosa e il Gran Paradiso, con i loro oltre 4.000 metri di altezza, da ammirare mentre si procede, passo dopo passo, alla scoperta di paesaggi unici al mondo.

Trekking lungo l’Alta Via n.1, all’ombra dei Giganti

L’Alta Via n.1, porta da Donnas a Courmayeur e prevede 17 tappe giornaliere che richiedono, in media, 3-5 ore di marcia ciascuna. L’itinerario è percorribile nei mesi estivi e si sviluppa tra la media e l’alta montagna, fra prati, pascoli, boschi e pietraie, a una quota intorno ai 2.000 metri, sfiorando spesso i 3.000 metri (sul Col Malatrà si raggiungono i 2.925 metri).

Si tratta di un trekking d’alta quota in uno scenario davvero incomparabile. Si cammina, infatti, ai piedi dei massicci più alti del Vecchio Continente  – Monte Rosa, Cervino e Monte Bianco per citare i più importanti -. Motivo, questo, che ha dato al percorso il soprannome di Alta Via dei Giganti. Le alte cime, però, non sono l’unica meraviglia. Lungo il percorso, ci si imbatte in impareggiabili testimonianze di architettura rurale come le tradizionali costruzioni Walser della Valle di Gressoney e dell’Alta Valle di Ayas.

L’Alta Via n.1 porta da Donnas a Courmayeur (Immagini archivio Regione Autonoma Valle d’Aosta)

Non serve essere esperti escursionisti per percorrere l’Alta Via n.1: posizionata lungo la sinistra orografica della Dora Baltea, si snoda lungo sentieri ben definiti, con larghezza media di 80 cm e interamente segnalati. La differenza la fanno i chilometri: chi è più allenato può percorrere l’intera via. Mentre i meno resistenti possono scegliere solo qualche breve tratto, in base al proprio gusto e alla propria esperienza.

Dal punto di vista delle soste, poi, è molto facile organizzarsi. Per qualsiasi necessità o anche solo per pernottare si trovano, lungo il percorso, numerosi punti di sosta e ristoro: campeggi, bivacchi, rifugi, alberghi e dormitori… e la caratteristica più allettante è che, ad ogni tappa, è possibile scendere a fondovalle per interrompere la camminata e rientrare in autobus alla base.

Il tramonto sul Monte Rosa dal colle di Nanaz (foto: Enrico Romanzi)

Alta Via n.2: a piedi per ammirare flora e fauna

Se l’Alta Via n.1 porta da Donnas a Courmayeur passando nel nord della Valle d’Aosta, l’Alta Via n.2 fa il percorso al contrario – da Courmayeur a Donnas – passando da sud e completando l’anello. Si tratta, in questo caso, di un itinerario escursionistico di grande interesse per via della flora e della fauna che si possono avvistare. Buona parte del suo percorso, infatti, si snoda nei territori del Parco Nazionale del Gran Paradiso e del Parco Regionale del Mont Avic. Motivo, questo, che ha dato al percorso il soprannome di Alta Via naturalistica.

Fare trekking lungo la parte meridionale dell’anello significa imbattersi negli innumerevoli esemplari di piante e animali, alcuni dei quali davvero rari, nel loro habitat ideale: dal camoscio all’aquila reale, e agli stambecchi, circondati da boschi e fiori coloratissimi.

L’Alta Via naturalistica (Immagini archivio Regione Autonoma Valle d’Aosta)

Anche in questo caso l’itinerario, suddiviso in 14 tappe giornaliere che richiedono in media 3-5 ore di marcia ciascuna, offre molteplici punti di sosta: campeggi, bivacchi, rifugi e alberghi. E, quasi ad ogni tappa, è possibile scendere a fondovalle, in paese, per rientrare, eventualmente anche in autobus, se non si vuole continuare con il trekking.

Facile da percorrere e adatta a tutti, l’Alta Via n. 2 si sviluppa lungo sentieri ben tracciati, con larghezza media di 80 cm., e interamente segnalati, attraversando prati, pascoli, boschi e pietraie assestandosi su una quota media di 2.000 metri e arrivando, in alcuni casi, a 3.000 m (sul Col Loson si sfiorano i 3.300 m).

Sergio Enrico, grande conoscitore di queste montagne, sempre più frequentate da cittadini in cerca di pace e natura, si raccomanda così: “Alcune parti delle Alte Vie sono sicuramente fattibili da qualsiasi escursionista con un minimo di allenamento. Molti sentieri, per esempio nel lato sud, percorrono le vecchie mulattiere costruite dal re per la caccia in un percorso più semplice, in alcuni piccoli tratti, invece, bisogna essere attrezzati e, soprattutto, informati sulle condizioni dei dislivelli e sulla preparazione necessaria. Per questo il sito ufficiale è molto utile: offre tutti i dati tecnici con i tracciati da seguire in sicurezza con qualsiasi strumento GPS”.

Info: lovevda.it

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Si è concluso il Festival IT.A.CÀ 2020: dal turismo responsabile la strada per un nuovo modello di economia

È stata complessa ma allo stesso tempo stimolante l’edizione 2020 di IT.A.CÀ migranti e viaggiatori, Festival del Turismo Responsabile in Italia, di cui DOVE è media partner, che si è conclusa ad Acerra il 15 novembre. A confermarlo è Sonia Bregoli, co-fondatrice e coordinatrice nazionale della rassegna che quest’anno è stata dedicata alla bio-diversità: «Non è stato un anno facile ma questa situazione così particolare ha costretto tutti a cambiare abitudini e modalità di lavoro e ha aperto strade inaspettate», racconta.

La trasposizione digitale del festival è stato un esperimento vincente, aggiunge la coordinatrice: «Ci ha permesso di entrare in contatto con tante persone che normalmente non avrebbero avuto modo di conoscere il festival. Abbiamo ampliato il nostro pubblico, coinvolto tanti esperti, avviato nuove collaborazioni e arricchito i nostri contenuti di tematiche che, in presenza, sarebbe stato difficile affrontare. In una situazione di crisi è stato molto importante essere riusciti a trovare nuove vie che ci hanno permesso di veicolare a più persone i temi per cui ci battiamo da tanti anni»

Primavera on line e autunno sui territori

Sostenibilità, ambiente, rispetto del territorio sono tematiche che la stessa pandemia ha portato in evidenza, interrogandoci sui nostri personali stili di vita. Ma, visto che l’essenza di IT.A.CÀ sono sempre stati il movimento, i cammini, i viaggi, portare tutto questo al pubblico solo attraverso uno schermo sarebbe stato limitante. Per questo, appena è stato possibile, e seguendo tutte le direttive sulla sicurezza, il festival è stato anche live: «Il rapporto con le istituzioni, con le associazioni, in generale con le persone è essenziale», continua Sonia Bregoli. «Perciò abbiamo ridotto la programmazione (12 tappe anziché le 24 previste) e trasformato le tappe del festival in piccoli eventi sul territorio, situazioni più intime e a numero chiuso, svolte nel rispetto di tutte le norme. La scelta si è rivelata vincente, perché inaspettatamente gli eventi a numero chiuso sono stati non solo molto partecipati, ma soprattutto hanno richiamato persone realmente interessate». 

Leggi anche: IT.A.CÀ: in Campania le ultime tappe “live” del festival del turismo responsabile

Lo sguardo al futuro di IT.A.CÀ

Il festival ha trovato il modo di adattarsi al cambiamento, sviluppando nuove strategie, individuando nuove strade e dimostrando una capacità di reazione notevole. Ma non mancano le criticità. E le preoccupazioni riguardano soprattutto il futuro: «In alcune zone la crisi seguita al primo lockdown ha morso di più e la rete locale si è trovata ad affrontare problemi economici che non hanno permesso loro di partecipare e organizzare eventi», continua la co-fondatrice Bregoli. «La situazione non ci consente di fare previsioni, ma noi ci siamo già messi al lavoro per il 2021, per riproporre le tappe saltate e vagliare le tantissime richieste che ci sono giunte da nuovi territori. C’è molto da fare perché questa pandemia ci ha posto di fronte alla realtà del fatto che il sistema attuale non è più sostenibile: bisogna cambiare e imparare a rimettere al centro l’ambiente, la natura e la cura delle comunità. E non solo nel turismo».

Turismo responsabile una strada per “spingere” l’economia

Un approccio sostenibile può davvero contribuire a dare una spinta all’economia? «È sicuramente una strada», risponde Sonia Bregoli. «Il festival 2020 è stato incentrato sulla biodiversità, un tema che non riguarda soltanto il turismo. Con questa pandemia il modello economico attuale è in buona parte crollato, il lockdown ci ha mostrato che il nostro stile di vita ha un notevole impatto sull’ambiente e ci ha costretto a riflettere su nuovi paradigmi. Dovremmo sfruttare questo momento, non sprecare questa consapevolezza. Magari partendo proprio dal modo di fare turismo: liberando le grandi città e le mete turistiche per eccellenza da un overtourism mordi-e-fuggi, invasivo e invadente, e ripensando un modo di viaggiare diverso, più lento e rispettoso delle comunità e delle aree interne, che crei sviluppo economico nei territori di accoglienza attraverso buone pratiche di turismo responsabile. Dobbiamo cercare vie alternative e sostenibili in tutto: bisognerà ripensare le metropoli, tanto per cominciare, sempre tenendo presente la complessità delle società stratificate in cui viviamo. Tutto questo non è facile e ci vuole tempo per realizzare un reale cambiamento, perché prima di tutto bisogna modificare la mentalità del Paese e di chi prende le decisioni. Ma questo è il nostro compito, come festival: lavorare sulla mentalità, con l’aiuto di chi è sensibile alle nostre tematiche». Redazione di DOVE compresa.

Ci rivediamo a IT.A.CÀ migranti e viaggiatori, Festival del Turismo Responsabile, edizione 2021.

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Portogallo on the road: il Cammino della costa, lungo l’Oceano Atlantico

Difficile dire se sia una banale suggestione da saudade lusitana, nostalgia dei tempi andati, o se c’entri quella sorta di sottile smarrimento che coglie il viandante ogni volta che si accinge a un nuovo cammino. Ma non c’è dubbio che l’idea di affrontare la via per Santiago di Compostela seguendo, in Portogallo, il Cammino della costa (Caminho da Costa), una strada diversa, periferica, da sud verso nord, ritagliata sulla costa dell’Oceano Atlantico e spesso direttamente sulla spiaggia, da Porto fino alla foce del Minho, qualche senso di euforica inquietudine lo infonde.

Il Cammino della costa in Portogallo: che cos’è, tutte le informazioni utili

Il Cammino della costa (Caminho da Costa, in portoghese), che in 150 chilometri da Porto arriva a Valenca e al confine spagnolo seguendo l’oceano e le sponde del fiume Minho, è un itinerario concepito ex novo per far convivere il pellegrinaggio della fede e il turismo. Nato da un finanziamento europeo che coinvolge dieci municipalità contigue, il cammino costiero portoghese ha unificato, razionalizzandoli, i tratti che per secoli hanno marcato la medesima direttrice senza mai consolidarsi in una via. Il risultato è al tempo stesso un esperimento di pianificazione territoriale, di promozione turistica e di sviluppo sociale che mira anche alla riconversione economica delle fasce costiere, dedite finora alla pesca, all’agricoltura e all’industria conserviera. Oggi il cammino è sia un’opportunità di viaggio a piedi, sia una chiave di lettura del Portogallo che cambia. Il tragitto può essere percorso anche in auto, in moto e in parte in treno, scegliendo di volta in volta il mezzo con il quale affrontarlo. Sito internet, mappe, guide, segnaletica e una vasta rete di accoglienza rendono il percorso facile per tutti. Tutte le informazioni utili su caminhoportuguesdacosta.com

Cammino della costa: le tappe

L’itinerario del Cammino della Costa in Portogallo è diviso in sei tappe, frazionabili: Porto-Vila do Conde (16,5 km), Vila do Conde-Esposende (27,9 km), Esposende-Viana do Castelo (21,4 km), Viana do Castelo-Caminha (30,5 km), Caminha-Vila Nova de Cerveira (17,4 km), Vila Nova de Cerveira-Valença (21,9), per un totale di 136,6 chilometri.

Il póveiro: i segni lungo il Cammino

Il paesaggio influisce sullo stato d’animo, sul modo di guardare le cose, e lo cambia. Nel caso del caminho costiero portoghese il mutamento si manifesta all’improvviso, nel momento in cui si approda nel villaggio di Póvoa de Varzim. Qui, all’inizio, si notano solo strani contrassegni affiorare dalle prore delle barche e dagli stipiti delle case, dagli architravi dei portoni e dai ricami sugli strofinacci appesi a asciugare. Alla fine, con meraviglia, si apprende che sul protoalfabeto della comunità dei pescatori, o póveiro, esistono studi, libri e addirittura una sezione dedicata del museo storico ed etnografico di Póvoa de Varzim (info: cm-pvarzim.pt). Nato forse da rune (simboli) vichinghe, evolutesi come un insieme di simboli con i quali ogni famiglia poteva contrassegnare gli oggetti di sua proprietà, come in una sorta di araldica povera, o póveiro (che non si esprime per suoni, né per ideogrammi) si è pian piano arricchito di significati, inclusa la descrizione delle relazioni parentali e delle regole patrimoniali alla base di una società chiusa, antica e fiera. Un mondo che non ti aspetti in un contesto che non ti aspetti. È come l’inizio di un nuovo caminho. Quando, a Porto, l’avventura ha inizio, nulla farebbe immaginare tutto questo.

Porto, l’inizio del Cammino della costa

Si parte da praça (piazza) da Ribeira, proprio sulle sponde del Douro, dove un tempo attraccavano i barconi con il loro carico di pellegrini. Nonostante una grande stella, immutabile simbolo del cammino, campeggi sulla facciata del palazzo che sovrasta lo slargo, nulla ha la solennità che ci si attenderebbe, offuscata dal viavai dei turisti, dei traghetti e delle bancarelle. È la Porto pulsante e vivace di oggi. Una città magnifica, ma assai poco slow. Ci vuole dunque qualche attimo per cogliere la sequenza delle stelle dipinte di giallo sul selciato o agli angoli delle strade e imparare a seguirle. Poi, quasi immediatamente, il cammino comincia a salire, i vicoli si intersecano con le arterie dello shopping. Il fiato si accorcia, mentre aumenta la pendenza della strada verso la maestosa cattedrale cittadina. Ma anche qui, salvo trattenersi per la notte, c’è appena qualche minuto per godersi l’impressionante veduta: il pellegrinaggio deve cominciare e per almeno un paio di giorni l’incedere del viandante sarà costretto a confrontarsi soltanto con la velocità del mondo e il suo espandersi metropolitano.

Veduta di Porto

Matosinhos, per esempio, la prima delle municipalità che si incontrano uscendo da Porto, è saldata al capoluogo tanto da sembrarne un distretto. Il mercato ittico, con le bancarelle del pescato cotto al momento per i pellegrini e non solo, non è più all’aperto: è protetto da una grande struttura moderna. Che offre sì ristoro e un confortevole riparo, ma l’atmosfera popolare si è perduta. Allo stesso modo la chiesa del Buon Gesù, con l’immenso sagrato e la maestosa facciata barocca, pare spuntare quasi a sorpresa da una grande rotatoria invasa di auto. Il porto e l’oceano sono già a un passo, ma se ne intuiscono appena i sentori.

Si arriva così, per vie d’asfalto, a Maia, ultima cittadina del distretto di Porto. Qui, per raccapezzarsi, invece di camminare è addirittura necessario salire, in ascensore, fino all’ultimo piano della torre municipale di vetro e cemento, a contemplare dalla terrazza panoramica non solo lo snodarsi dei molti passi da affrontare, ma un prospetto che, a pensarci bene, è l’opposto di quanto ci si aspetta: gli orti immaginati sono diventati parchi pubblici e impianti sportivi, i latifondi una grande distesa aeroportuale, le antiche torri di guardia lontani grattacieli.

Chi ha tempo e gambe non dovrebbe però perdersi l’escursione di un paio di chilometri fino alla Quinta dos Cónegos, villa-scrigno progettata nel ‘600 dall’italiano Niccolò Nasoni e oggi di proprietà comunale (il giardino è sempre aperto, le sale si visitano solamente il sabato): è immersa in un ecoparco della periferia urbana dove le strade ferrate dismesse sono diventate piste da passeggio, luogo in cui si scambiano saluti con i pensionati intenti a curare gli alberi da frutta. Piccole incrostazioni rurali salde come licheni ai margini di una società in rapido mutamento.

Lungo il Cammino della costa, del resto, le strade ferrate possono essere il miglior alleato del turista pellegrino: la metropolitana di Porto transita dall’aeroporto (anche per prelevare i viandanti all’arrivo) e poi va su e giù più volte al giorno fino a Póvoa de Varzim, con fermate in tutti i punti-tappa, consentendo così un’infinità di varianti non solo a chi cammina, ma anche a chi avesse voglia di farsi tutto o parte del tragitto in auto.

Del resto, fino a San Pedro de Rates, tra Póvoa ed Esposende, per un certo tratto l’itinerario costiero e quello interno del cammino per Santiago corrono pressoché paralleli, offrendo a chi guida l’opportunità di spostarsi a piacere da un tracciato all’altro. Poi, come suggerisce la dettagliatissima cartellonistica che affianca ogni passo del percorso, occorre decidere se seguire la via dell’oceano o quella delle colline.

Da Vila do Conde a Esposende, tra barcaioli e pescatori

Per chi sceglie la prima opzione, lungo l’oceano, la tappa successiva conduce a Vila do Conde, città ora solare, ora dolente. Da un lato la mole del convento-prigione di Santa Clara (destinato a diventare un albergo di lusso), con le enormi finestre serrate da grandi sbarre sporgenti. Da un altro le architetture eclettiche dei santuari dei marinai, pieni di ex voto. Da un altro ancora, i vicoli colorati del centro storico e un museo del merletto in cui, dicono, si conserva l’esemplare più grande del mondo, frutto del lavoro corale di decine di tessitrici locali. Un’atmosfera in chiaroscuro colta alla perfezione da Ruy Belo, uno dei maggiori lirici esistenzialisti portoghesi: “Questa strada è allegra. Una strada anonima non è allegra, ma Rua de São Bento in Vila do Conde vista da me lo è, una mattina dopo la pioggia, con la nebbia che già si dirada verso Santa Clara”.


Impegno fisico a parte, del resto, il cammino costiero è più che altro un’avventura interiore, ma, in quanto organizzato e lineare, poco lascia al caso. Così è consigliabile ogni tanto uscire dal tracciato ufficiale per scoprire i luoghi degli antichi percorsi. Di queste possibili deviazioni, la tappa che da Vila do Conde conduce a Esposende comprende forse l’opportunità più affascinante. È l’escursione che, in pochi chilometri, porta a Barca do Lago, per secoli snodo fluviale primario non solo della direttrice per Santiago de Compostela, ma anche di ogni traffico tra Porto e la Galizia. Qui il fiume Cávado, con il pontile una volta brulicante di barche, scorre lento tra le facciate screpolate di quelli che furono locande, alberghi, opifici, magazzini per merci e ospizi per viandanti. Passarono da qui diretti a Santiago, si racconta, anche Cosimo III de’ Medici e Carlo Alberto di Savoia. L’ultimo barcaiolo, informa il solito pannello, ha appeso i remi al chiodo negli anni Sessanta. Ora rimane solo un contesto di verde e placida bellezza, ideale per una sosta all’aperto, un picnic o un pranzo da Senhora Peliteiro (info: srapeliteiro.com), ristorante gourmet proprio sulla riva del fiume.

Chi non ha appeso affatto i remi al chiodo sono invece i pescatori: proseguendo nel cammino sulla costa verso Santiago se ne incontrano a bizzeffe. Sulle spiagge di Esposende le vele hanno lasciato il posto ai fuoribordo e per trascinare le reti sulle rampe non si usano più i cavalli, ma i trattori. Le modeste casette rivierasche stanno progressivamente diventando b&b. Anche i grandi edifici ottocenteschi, che un tempo ospitavano le colonie per i bambini e ora languono vuoti e cadenti, paiono in attesa di un restauro imminente.

Da Esposende a Viana do Castelo: ville, fortezze e onde da surf

Fuori dai centri abitati si estendono infiniti tratti di spiaggia selvaggia battuta dalle onde e alte creste di dune spazzate dal vento oceanico. Qua e là, spezzoni di passerelle in legno costruite ex novo sulla sabbia per il transito dei pellegrini (davvero magnifici i sei chilometri ininterrotti di Averomar, poco a nord di Póvoa) aspettano di essere saldate in una lunga, interminabile passeggiata, facendo però già a pugni con radi campi da golf, sciagurati condomini e stabilimenti per nudisti. Ma di norma il pellegrino non si cura di loro, né guarda.


Qua e là, fronte mare, recinzioni serrate attestano che alcuni antichi mulini costieri si sono salvati diventando raffinate abitazioni per le vacanze. In uno, oggi più serrato e più munito di altri, abitò a lungo la scrittrice Luísa Dacosta (1927-2015). Ora non ci vive nessuno. Non lontano, minuscole al cospetto del grande arenile, donne anziane trascinano a spalla, come cent’anni fa, le cubatas, sacche piene di sargassi raccolti a riva che poi mettono a seccare al sole: diventeranno un ottimo fertilizzante per gli orti che i mariti coltivano nell’entroterra. Sono gli stessi uomini che sfidano la salsedine nei campos masseiras, le coltivazioni nascoste dietro le dune: grano e viti piantati in buche in cui la brezza atlantica non arriva e l’umidità del suolo, scavato a mano, aiuta le piante a crescere. Delle une e degli altri parlò quarant’anni fa, con cinica cupezza, José Saramago in un passo memorabile del suo Viaggio in Portogallo. Chissà se oggi riconoscerebbe questi luoghi e queste persone. E che direbbe dei tipi tutti uguali che camminano in fila indiana, con il cappellino in testa e lo zaino in spalla? E chissà anche se, al tramonto, nel suo girovagare, pure lui salì fino sulla cima della collina per godersi la spettacolare vista dell’oceano dal santuario di São Félix.

Tutte impressioni che tornano a sembrare lontane quando ci si riavvicina alla città percorrendo il bel ponte di ferro, progettato da Gustave Eiffel, e poi si passeggia sul lungomare e tra le viuzze del vivace centro storico di Viana do Castelo, pieno di movida, locande e pasticcerie. La più famosa è quella di Manuel Natário (info: pastelariaconfeitariamanuelnatario.pt), l’inventore delle bolas de berlim, la versione lusitana dei krapfen: sono sfornati, inderogabilmente, dalle 11 alle 16, e la gente viene apposta per comprarli. Difficile dar loro torto. In alternativa, oltre a concedersi una cena in uno dei ristoranti di pesce del porto, a Viana si può tentare la salita dei 650 scalini che portano al santuario panoramico di Santa Lucia. Oppure prendere la comoda cremagliera. In darsena, l’ultracentenaria ex nave-ospedale Gil Eannes (info: fundacaogileannes.pt) sta alla fonda come il secondo museo più visitato del Portogallo.

Grazie alla sua particolare esposizione, Viana do Castelo è anche considerata una delle patrie lusitane del surf e del kitesurf. Poco fuori città, in un grande parco affacciato direttamente su una magnifica spiaggia, il Feelviana Sport Hotel (info: feelviana.com) noleggia attrezzature per queste attività e organizza corsi, anche per chi non è ospite dell’albergo.


Da Viana do Castelo a Caminha, l’ultimo sguardo al mare

Quella che porta a Caminha è la quarta frazione del cammino e l’ultima sul mare: appena superata l’antica città di frontiera (bello il museo civico con la torre dell’orologio) il percorso vira infatti a occidente per risalire il corso del Minho. La Spagna è a vista, pochi minuti di auto o di barca, ma per il pellegrino la strada è ancora lunga.

Vale la pena di godersela visitando una per una le fortezze arrampicate sulle scogliere e camminando, zaino in spalla, sui lunghi tratti di sentiero ritagliati tra rocce, magari sbocconcellando il pão com chouriço, una sorta di pane cotto a legna lardellato di salume piccante o, tra gennaio e aprile, assaggiando il piatto cittadino, la lampreda al sugo. Chi ha tempo può anche farsi scarrozzare sulle alture boscose a bordo dei vecchi fuoristrada militari trasformati in automezzi per turisti fino al belvedere della cappella di Sant’Antonio, oppure visitare la grandiosa chiesa madre in stile gotico, con il lungo camminamento panoramico sul fiume.

Da Caminha-Vila Nova de Cerveira, locande e arte contemporanea

Il tragitto che copre la quinta tappa, alla volta di Vila Nova de Cerveira, si incunea nella grande valle che accoglie il corso del Minho. Poco sotto la città, l’isola della Boega per un breve tratto divide il fiume in due rami, facendolo somigliare da lontano a una sorta di estuario montano. Il paesaggio cambia bruscamente, i rilievi si fanno più ampi e aspri, l’economia costiera lascia il posto a quella rurale, con le antiche quintas, spesso trasformate in raffinate locande, a punteggiare qua e là un territorio che il secolare fronteggiamento spagnolo ha reso di una lusitanità verace, radicale, profonda.

Non a caso la città è cinta da complesse strutture difensive. Nel bel centro storico spicca la chiesa della Misericordia, che cela all’interno un dedalo di altari e di retroaltari simili alle quinte di un teatro. Vale la pena di insistere un po’ per farseli mostrare dal neghittoso custode. Bisogna scendere quasi in riva al Minho per visitare invece il Museo della Biennale (Fundação Bienal de Arte de Cerveira, info: bienaldecerveira.org), che ospita la collezione permanente e le mostre della locale biennale d’arte contemporanea, la massima rassegna portoghese nel suo genere e una delle più importanti d’Europa, nata nel 1978 su iniziativa dello scultore José Rodrigues.


Proprio Rodrigues, autore del grande cervo stilizzato che da una roccia domina la valle a simboleggiare il nome della città, in quegli anni acquistò il monastero trecentesco di San Payo, salvandolo dall’abbandono e facendone il suo studio e la sua residenza. Oggi il complesso ospita un delizioso albergo (info: conventosanpayo.com) e la collezione di oggetti di arte spirituale raccolti in tutto il mondo dallo stesso Rodrigues. Non sono pochi i pellegrini che si fanno a piedi gli otto chilometri che separano il monastero dalla città per ammirarne l‘architettura, i magnifici paesaggi e l’atmosfera eremitica.

Verso Valença e Santiago de Compostela

Il cammino volge al termine. Da Cerveira a Valença è un passo. Oltre, solo un vecchio ponte ferroviario con la passerella pedonale e, al di là, le dogane spagnole rese desuete dal trattato di Schengen. Lo sguardo scende in basso verso le acque verdi del Minho. A Santiago mancano 117 chilometri. Ci sono ancora tanti incontri da fare e tante emozioni da vivere.

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