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Weekend a Lecce in autunno, tra cultura e shopping

Piazze senza folla e voli davvero low cost. Ma la vera sorpresa di un weekend a Lecce in autunno è trovare un capoluogo vivace, aperto, forse quest’anno ancora di più. Non ci sono solo i palazzi barocchi da visitare, ma anche spazi dedicati all’arte contemporanea e alla musica. Per un weekend alternativo in una città da esplorare a piedi o in bicicletta, scaricando l’app per il bike sharing BicinCittà o noleggiando due ruote (info: salentobicitour.org).

Ci si scalda poi a tavola. A pochi passi da viale Lo Re, l’ottocentesca caffetteria La Cotognata Leccese di viale Marconi si è appena rifatta il look. I registi Edoardo Winspeare e Ferzan Özpetek, amici dell’attrice Barbara de Matteis, proprietaria del locale, sono di casa: qui si gusta il tipico dolce di mele cotogne, caratteristico della città.

Dietro al multisala Massimo ha aperto in agosto W Club, cocktail bar, ristorante e spazio per musica dal vivo, tutto vetri, specchi e glamour anni Ottanta. I cocktail si ispirano ai vari generi musicali e sono accompagnati da tacos, taboulè e carpacci. A cena si gustano piatti etnici e barbecue creativi della cucina cosmopolita di Ivan Scrimitore, come l’anatra affumicata al legno di pecan con salsa senape e chips di cipolla caramellata.

La cocktail room del W Club

Il mite autunno salentino invita a gironzolare. Magari per scoprire la città medievale e romana. Si può iniziare dal castello Carlo V, dove si visitano i sotterranei e le prigioni, per proseguire poi con la basilica di Santa Croce, nell’antico quartiere ebraico medievale, e con il Museo ebraico di Palazzo Taurino, ex Personé, di fronte alla basilica, che nell’ipogeo ospita i luoghi per l’abluzione rituale e i resti della ex sinagoga.

Palazzo Personé accanto alla basilica di Santa Croce

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Qui, fino al 28 febbraio 2021, si visita (verificare in tempo reale l’apertura, in base alle normative anti-Covid) la mostra Il Filo della Storia, con una decina di tele ricamate con temi ebraici da Federico Caputo e le sculture di Margherita Grasselli, che ha forgiato morbide bambine di argilla, collocate qui e nei cortili dei Palazzi dei Celestini, Adorno e Tamborino Cezzi.
Attenzione; da quest’anno le chiese principali del centro sono a pagamento (da 3 a 9 euro, info: chieselecce.it; visite turistiche sospese causa Covid).

La mostra Il Filo della storia, a Palazzo Celestini

Tutta Lecce mescola storia e nuove idee. Il bistrot di Palazzo Taurino è gestito dai proprietari di Vico dei Bolognesi, concept store di via Matteotti dove scovare pezzi vintage per la casa, bijoux, capi no logo, lampade di design.
Sullo stesso vicolo si trova Buon Consiglio, due ampi appartamenti (prezzi: doppia b&b da 75 a 130 euro) in un palazzo del Quattrocento. I titolari sono perfetti personal shopper e hanno una linea di borse e accessori di lusso fatti a mano.

Uno scorcio serale di piazza Duomo (ph: Getty Images)

Punta tutto su moda, design italiano e firme giovani Chiara Giulia Micoccio, anima dello showroom CGM.
Palazzo BN, del 1930, era invece la sede del Banco di Napoli. Oggi offre 13 appartamenti (Prezzi: Basic da 220 a 280 euro; Presidenziale, da 95 mq, con terrazza, da 400 a 590 euro) con roof garden, una palestra nell’ex caveau e un spazio ristorazione con quattro proposte gastronomiche: dal Banco lounge bar al bistrot di pesce Ammos, dal ristorante Red alla salsamenteria Terra, dove acquistare e degustare vini, frise e formaggi.

L’Ammos Fish Bar, nel complesso di Palazzo BN

Aria nuova anche nelle sale del Museo Castromediano, il più antico di Puglia, oggi laboratorio di sperimentazione e dialogo fra le arti, tra concerti di musica classica, mostre, incontri con autori e persino sessioni di yoga.
Pochi passi a piedi e si raggiunge il Convitto Palmieri, sede della Biblioteca Bernardini e della Fabbrica delle Parole, percorso permanente sull’arte della stampa, dove curiosare tra macchine tipografiche e computer d’antan.

Una sala del Museo Castromediano

A pranzo, poco lontano, la cucina al femminile di 63 Osteria Contemporanea propone orecchiette artigianali con grani antichi e torta ricotta e zucca. E, per la notte, il vicino b&b La luna in cortile (prezzi: doppia b&b da 80 a 100 euro) ingloba tracce delle mura medievali.

Il b&b La luna in cortile, ricavato presso le Mura urbiche, la cinta difensiva medievale

Per una gita fuori porta, è aperto, ogni weekend, il Parco archeologico di Rudiae, raggiungibile in bici sulla strada per San Pietro in Lama. L’ultima sorpresa è che Lecce ha ben due anfiteatri romani a distanza di tre chilometri: quello di Lupiae, in piazza Sant’Oronzo e, appunto, quello della città messapica di Rudiae, che diede i natali al poeta latino Quinto Ennio. Ieri il teatro, oggi il cinema e la musica: i leccesi amano essere al centro della scena.

Il Parco Archeologico Rudiae

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Il Sentiero d’arte di Torrechiara: un tour tra cultura e buona tavola

Una passeggiata nell’arte, nella natura. E nel gusto. Poco più di sei chilometri, nel Parmense, per ammirare, passo dopo passo, affreschi rinascimentali e installazioni di arte contemporanea e per assaporare salumi di eccellenza e fiabeschi paesaggi rurali. Il Sentiero d’arte di Torrechiara (info: sentieroditorrechiara.it) si percorre in un’ora e mezzo.

Si parte dalla rinascimentale badia benedettina di Santa Maria della Neve, si tocca il borgo di Torrechiara, dominato dallo scenografico castello, per poi costeggiare il canale San Michele, attraverso vigneti e campi, incontrando dieci installazioni open air firmate da nove artisti contemporanei. Fino alle porte di Langhirano, dove è d’obbligo la visita al Museo del Prosciutto di Parma.

Il Sentiero d’arte di Torrechiara: un museo diffuso

“Il Sentiero d’arte è figlio di un incendio”, racconta Carlo Galloni, presidente dell’associazione Sentiero d’Arte Torrechiara – Langhirano Odv e della Fratelli Galloni Spa, uno dei più rinomati prosciuttifici della zona. “Quattro artisti avevano creato per l’azienda opere con i rottami plasmati dalle fiamme che ci hanno colpito nel 2016. Opere che sono oggi in mostra nel rinato stabilimento. Da quell’esperienza, Alberto Vettori, curatore del museo diffuso lungo il sentiero, ha avuto l’idea di portare l’arte anche all’esterno, coinvolgendo altri nomi della scena contemporanea e altri attori sul territorio”. Il progetto di Torrechiara è sostenuto da una rete (info: parmaiocisto.com) che comprende associazioni, istituzioni culturali e imprenditori e si innesta su quello più ampio di Parma Capitale della cultura 2020+21 (info: parma2020.it).

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Il chiostro della badia benedettina di Santa Maria della Neve

Nel borgo di Torrechiara

All’interno della cinta muraria del quattrocentesco castello di Torrechiara, in un’atmosfera sospesa tra Medioevo e Rinascimento, ci si può anche fermare a dormire e a mangiare. La Locanda del Borgo, ristrutturata nel 2019, è un ottimo punto di partenza per esplorare i colli di Parma: il proprietario, Walter Leonardi, è titolare anche di E-bike Tour, che organizza itinerari guidati con bici elettriche.

A tavola ci si siede nell’ampio salone o nelle tre salette, più intime, della Taverna del castello, per gustare i tortelli d’erbetta al burro fuso e Parmigiano Reggiano dop, ingrediente nobile di tutte le cucine della zona, siano esse stellate o casalinghe, insieme al prosciutto di Parma dop e al fungo di Borgotaro igp, orgoglio della vicina Val di Taro.

La Locanda del borgo a Torrechiara

Prosciuttifici, caseifici E gastronomie nel Parmense: dove comprare i prodotti tipici

Decine di prosciuttifici e caseifici di eccellenza sono le tappe di un pellegrinaggio nel santuario del gusto, la Food Valley Italiana (Parma, con il suo territorio, dal 2015 è anche Città creativa Unesco per la gastronomia).

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Ma se non si ha molto tempo per collezionare visite e assaggi, si può mettere insieme un bottino goloso di tutto rispetto andando a colpo sicuro in soli due indirizzi: la Salumeria Ugolotti, che dal 1869 vende i migliori salumi parmensi nel centro di Langhirano, e La bottega di Mora, ai piedi del castello di Torrechiara, che, da semplice macelleria aperta nel 1968, si è evoluta in un paradiso del palato a tutto tondo.

Non ancora sazi, si può scendere dalle colline verso Parma, puntando alle rive del Po. A metà strada, a Noceto, vale la sosta il caseificio dell’azienda agricola Bertinelli, che all’area di produzione del Parmigiano Reggiano (anche kosher) ha affiancato un agribar, per gustose colazioni e aperitivi, e un’agribottega per la vendita di formaggi e di altre eccellenze.

Il Museo del prosciutto di Parma a Langhirano

Sul Po, tra la nebbia, nella Bassa Parmense

Meta finale per viziarsi sulla sponda del Po è l’Antica Corte Pallavicina, a Polesine Parmense, un castello trecentesco trasformato in relais con undici camere. Nel ristorante stellato si sperimenta la cucina “gastrofluviale” dello chef Massimo Spigaroli, mentre nella Hosteria del Maiale regna la tradizione casalinga, tra vini dell’azienda agricola e i salumi di eccellenza: le antiche cantine di stagionatura sono famose in tutto il mondo. A completare questo paradiso per golosi, il Museo del culatello e del casalèn (il norcino) e l’agribottega, aperta nell’estate 2020 a poca distanza dalla corte.

L’Hosteria del Maiale (ph: Infraordinario)

Novembre è perfetto per un fine settimana in zona: nella Bassa Parmense è ormai appuntamento fisso da quasi vent’anni November Porc… speriamo ci sia la nebbia! (info: novemberporc.it). In quattro weekend, Sissa Trecasali, Polesine Parmense, Zibello e Roccabianca si passano il testimone in una staffetta degli assaggi. Quest’anno, a causa della pandemia Covid-19, gli eventi pubblici della rassegna sono saltati ma restano possibili le visite nei caseifici, salumifici, spacci. E i ristoranti coinvolti mantengono la tradizione con “A tavola con november porc”. Così anche per questo 2020 la mariola di Parma, strolghino, culatello di Zibello dop e le rarità “preti” e “vescovi” restano i protagonisti della manifestazione. Insieme alla poetica nebbia che aleggia sul Po.

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La Settimana della cucina italiana nel mondo: eventi e degustazioni

La cucina di mare di Genova, quella di Bologna e dell’Emilia Romagna, dove regnano sovrani i salumi. E ancora, l’opulenza della tavola nella tradizione campana e siciliana. Ma c’è tutta l’Italia intera in un boccone da festeggiare nella Settimana della cucina italiana nel mondo: dal 23 al 29 novembre, oltre 100 eventi organizzati dalle 28 sedi all’estero dell’Enit, l’Agenzia nazionale del turismo. Una quinta edizione che celebra anche il bicentenario della nascita del padre fondatore della cucina domestica italiana, Pellegrino Artusi.

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Dove possibile, si tengono incontri, showcooking, degustazioni e attività dal vivo per promuovere la buona tavola tricolore. Ma sono tantissime anche le iniziative online, tra videoricette, interviste ai ristoratori italiani, quiz e pillole turistiche sull’Italia. E, per far gustare in prima persona agli stranieri i migliori piatti della nostra cucina, sono stati messi in palio anche alcuni viaggi nel Belpaese.

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Protagoniste della rassegna, non solo la qualità della ristorazione italiana, ma anche l’unicità dei prodotti e degli ingredienti originali, a partire da quelli Dop e Igp come anche le peculiarità delle produzioni meno note. E a far da ambasciatori del gusto del nostro Paese, anche chef del calibro di Massimo Bottura.
Info su enit.it

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A Novara, sulle strade del Gorgonzola

Il gorgonzola dop è il prodotto italiano più ricercato sul web. Lo dice il Rapporto sul turismo enogastronomico italiano 2020 redatto dalla ricercatrice Roberta Garibaldi, in collaborazione con la World Food Travel Association e l’Associazione italiana turismo enogastronomico, analizzando il traffico online. Nel documento si legge anche che la possibilità di gustare cibi tipici, esplorandone le località d’origine e visitando i produttori, è la prima motivazione nella scelta di una meta per il 71 per cento dei food traveller. È allora il momento di visitare il Novarese, dove nasce la maggiore quota di questo formaggio erborinato, insieme ad altre prelibatezze.

Lavorazione del gorgonzola in un caseificio del Consorzio Gorgonzola dop

Sullo sfondo, i castelli che punteggiano la pianura – come quelli di Vespolate e Nibbiola – raccontano una terra di conflitti aspri. Alla battaglia di Novara del 1849, evento chiave della Prima guerra di indipendenza, è dedicato un parco. Si trova a sud del capoluogo, proprio nell’area dello scontro vinto dagli austriaci del maresciallo Radetzky, e, tra campi e boschetti, è perfetto per una passeggiata (info: turismonovara.it).

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Da qui può poi partire l’esplorazione del territorio. Intorno a Vespolate lo sguardo si perde all’infinito tra le risaie, piacevoli da costeggiare in bicicletta. L’autunno è la stagione del raccolto del cereale, mentre i terreni asciugano e i risotti trionfano in trattoria. Lontani dalle strade principali si raggiungono cascine storiche, a volte veri e proprio borghi, dove da secoli si lavorano i chicchi. Alla cascina Fornace la famiglia Rizzotti ha recuperato il pregiato riso Razza 77 usando antichi metodi di trasformazione che garantiscono la cremosità ai risotti. La varietà, in pochi anni, ha conquistato i gourmet.

Diverse varietà di riso coltivate nel Novarese (ph: Atl Novara\Mario Finotti)

Oggi è il marchio della vera paniscia, tesoro della campagna novarese a base di riso, fagioli, verze, cavolo, cotenne di maiale, salam d’la duja e vino rosso. Tutti ingredienti di queste zone, mescolati in ordine sparso. Raro trovare due ricette identiche. E come sempre in questi casi tutti giurano di seguire la migliore. Il salam d’la duja matura nello strutto fuso, un simbolo per l’identità novarese, ma vanno provati anche i fidighin della duja, mortadelline di fegato suino che furono la merenda dei braccianti nei campi. Tutti salumi da comprare nello spaccio dell’Azienda Agricola Valsesia a Sillavengo.

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Dove mangiare il Gorgonzola a Novara

Fra i caseifici artigianali del Consorzio per la tutela del formaggio gorgonzola dop, attivo contro contraffazioni e lavorazioni approssimative, Baruffaldi, a Castellazzo Novarese, e Palzola, a Cavallirio, sono due fedeli interpreti della materia. Dolce o piccante che sia, il gorgonzola è per tutti: privo di lattosio e glutine, si produce senza additivi né conservanti, con latte d’alta qualità che non contiene tracce di disinfettanti, pesticidi e antibiotici (se così non fosse, non potrebbero riprodursi le caratteristiche muffe).

Il gorgonzola dà il meglio con una mostarda di cipolla bionda di Cureggio e Fontaneto, presidio Slow Food, e con un calice di rosso corposo come il Ghemme, il Fara o il Boca. Tutti vini doc. Tutti maturati qui. Da provare nella cantina di Rovellotti Viticoltori a Ghemme.

Tra i vini della provincia spiccano il Ghemme e il Boca. Qui, le vigne di Rovellotti

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I borghi dell’Irpinia: un futuro antico, tra vini e food

Cantine, fortezze e abbazie, borghi arroccati che coraggiosamente risorgono, una cucina genuina che profuma di funghi, castagne e tartufo: è l’autunno tra i borghi dell’Irpinia. La terra dei lupi (hirpus in lingua osca), un mondo di boschi e montagne nell’Avellinese, ancora abitate da questo predatore, riserva luoghi sorprendenti. Come l’abbazia del Goleto, che dal 1133 resiste al tempo, ai terremoti, alla neve, all’incuria degli uomini: una sinfonia di archi e volumi, una navata a cielo aperto e una torre possente che si innalza nel cielo. Un complesso monastico dal fascino raro, fondato da San Guglielmo da Vercelli nell’XII secolo e abitato dai Piccoli fratelli di Charles de Foucauld, che gestiscono le visite al sito (info: goleto.it).

Così è l’Irpinia, aspra e tenace. “Parca e poetica”, scrive Franco Arminio, il poeta, regista e “paesologo” di Bisaccia che racconta la geografia minore, le comunità semplici e la “rarefazione urbanistica”. Per Arminio, queste “Un tempo erano terre da lasciare, incredibilmente povere. Invece bisognerebbe tornarci per la bellezza dei paesaggi: quello dell’Irpinia d’Oriente è uno dei più belli d’Europa”.

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Zungoli, per esempio, al limitare con la Puglia, sulla via del regio tratturo Pescasseroli-Candela, è un paese abitato da poco più di mille anime, un piccolo gioiello d’architettura che sta riscrivendo il proprio futuro puntando sull’accoglienza. Il centro storico è un intrico di vicoli acciottolati e tortuosi e gradinate che sembrano interminabili. L’abitato conserva l’impianto originario e le antiche case di pietra che, provocatoriamente, qualche anno fa sono state messe in vendita a un euro per scongiurare lo spopolamento. Oggi si cammina tra queste vie silenziose per arrivare al Largo di castello, dominato dalla fortezza di origine normanna, o per comprare il caciocavallo podolico e il pregiato extravergine locale.

La cultivar Ravece, varietà antica, originatasi proprio in Irpinia dal XVI secolo, è uno dei tesori di queste terre. L’oleificio Fina produce extravergine da questa cultivar e da altre varietà locali (info: oleificiofina.com).
Ecco il tartufo di Bagnoli Irpino – “nero” dei Monti Picentini dal profumo particolare – le paste fatte ancora a mano, i formaggi artigianali, le carni podoliche e i vini.

Il giardino delle erbe aromatiche all’interno delle Cantine Feudi di San Gregorio, a Sorbo Serpico

I vini e le cantine dell’Irpinia

Tra i paesi di Lapio, Luogosano, Tufo, Taurasi (dove merita una visita il castello), Mirabella Eclano e Montefusco si estende il distretto vitivinicolo più importante della Campania, delle cui vigne scrissero già gli antichi Strabone, Plinio il Vecchio e Columella. Segnano il paesaggio i filari di Aglianico, Fiano e Greco, che danno vita alle tre docg del territorio: i bianchi Greco di Tufo e Fiano di Avellino e il rosso Taurasi, il barolo del Sud fatto con uve Aglianico, vite ellenica che qui conta ceppi ultracentenari, autentici monumenti vegetali.

A Sorbo Serpico, la cantina Feudi di San Gregorio ha ribattezzato “I patriarchi” queste piante, oggetto di ricerca e tutela, che la memoria popolare ritiene abbiano più di 250 anni. Feudi è una delle aziende di riferimento del territorio, la più futuristica per architettura e design: progettata del giapponese Hikaru Mori, due volte alla Biennale di Venezia, merita la visita per la spettacolare bottaia, le opere d’arte e gli interni firmati da Massimo Vignelli.

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Da quest’anno si può dormire tra i vigneti: a pochi passi dalla cantina è stato recuperato il primo di una serie di casali destinati alla foresteria. Fra le vigne di Fiano, a pochi passi dal centro aziendale, l’azienda ha un casale in pietra con cinque camere doppie, ciascuna con bagno, living comune con camino, cucina (prezzi: doppia b&b e visita in cantina, 150euro. Visite su prenotazione, degustazioni guidate e, nei weekend, picnic nei giardini. Info: feudi.it).
E si cena al ristorante Marennà, stella Michelin nel 2018, regno ora dello chef Roberto Allocca (prezzi: menu degustazione, 70 e 90 euro. Info: marenna.it)

I tavoli “social” del ristorante Marennà

Formaggi dell’Irpinia: il Carmasciano

I formaggi sono l’altra grande ricchezza di questa terra. Unico e raro è il pecorino di Carmasciano, opera di poche aziende familiari che ne garantiscono una produzione molto limitata. Il segreto è il latte delle pecore che pascolano nell’area di Carmasciano, nella valle d’Ansanto, e presso la Mefite di Rocca San Felice, un lago alimentato da pozze solforose nel sottosuolo. Un luogo ancestrale, ribollente e sinistro, raccontato anche da Virgilio. È lo zolfo che, impregnando erbe e foraggi, conferisce un sapore unico al formaggio. “È un pecorino dalle note olfattive molto intense e dai sentori complessi, che raggiunge la sua espressione migliore con 12 mesi di stagionatura”, racconta Angelo Nudo, che dal 2015, nella sua azienda agricola Carmasciando (info: carmasciando.it), alleva ovini e produce e affina latticini d’alta qualità. Ecco anche lo Scaramantico, con peperone crusco, e il Formicoso, alle erbe di montagna. Aromi e colori della nuova Irpinia, che ha radici forti e lo sguardo spalancato sul futuro.

I formaggi dell’azienda agricola Carmasciando, a Guardia Lombardi

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Dove mangiare in Slovenia, tra chef stellati e agriturismi

Le terre di confine sono una storia fatta di tante storie. Culture, parole, paesaggi che si intrecciano, ora familiari, ora esotici. Accade arrivando in Slovenia dall’Italia. Tra i boschi delle Alpi Carniche e del Tarvisiano, a due ore e mezzo da Venezia, dove il profumo del mare inizia appena a sparire. Una zona fuori dai soliti percorsi che riapre al turismo all’insegna del buono, dell’ingresso della “nazione emergente dell’enogastronomia” agli ultimi Food and Travel Awards. Nel nome dei vini naturali, dei prodotti d’eccellenza. E dei superchef.
Dove mangiare in Slovenia, dunque?

La prima Guida Michelin della Slovenia: gli chef stellati

Non c’era, fino a questo 2020, una Guida Michelin slovena. Una novità che vale da sola il viaggio, cercando tavole dove la sperimentazione resta ancorata al territorio e la tradizione è a prezzi inconcepibili rispetto ai master chef nostrani. Sei i premiati: cinque con una stella, uno con due. È Hiša Franko, casa di Ana Ros, dove finisce nel piatto tutto il carattere della regione di Posocˇje, proprio al confine italo-sloveno. Si è a un passo da Kobarid, Caporetto, dove, fino a pochi anni fa, si sconfinava solo per il casinò. Hiša Franko non è solo un ristorante, però: vi è possibilità di pernottare nella struttura, grazie a dieci camere matrimoniali arredate con grande cura dei particolari (info: hisafranko.com. Prezzo medio: menu degustazione, 175 euro a persona; doppia b&b da 150 euro al giorno).

La chef Ana Ros nelle cucine dell’Hiša Franko (ph: I feel Slovenia).

Qui il gusto composito di quest’area si avverte ovunque, dal burro con cera d’api sul pane al fieno che accoglie i clienti a tavola. “La cucina della Valle d’Isonzo ha ricette, materie prime, tradizioni rurali che non conoscono frontiere”, spiega Ana Ros. Ecco spezie levantine e insaccati balcanici, raffinatezze asburgiche e zuppe ora di bosco ora di mare, pescando tra oltre 20 cucine regionali ed echi italiani, croati, austriaci.

Dove mangiare in Slovenia: ristoranti e agriturismi

E questo sulle tavole nobili come nelle cantine del vino sloveno, anch’esso seguito e premiato; nei rifugi dove si tramanda la cucina di montagna; nelle taverne, a partire da Hiša Polonka, birreria con cucina della stessa famiglia Ros, dove si assaggia il frico, tipica torta di formaggio. A un passo dallo stellato, è l’osteria gestita dal marito di Ana, Valter. Ottima cucina locale, dal gulasch di cervo al frico, birre e salumi artigianali. (info: facebook.com/hisapolonka. Prezzo medio: 20 euro).

I campi intorno a Hisa Franko (ph: I feel Slovenia)

La nuova guida dell’Alpe Adria Trail, itinerario turistico-escursionistico tra la Carinzia austriaca, la Slovenia e il Friuli (si trova negli info point di PromoTurismoFVG), raccoglie quasi 200 indirizzi di ristoranti e produttori. In quota, ancora in Italia per pochi passi, lo storico rifugio Celso Gilberti, sulla Sella Nevea (a 1.850 metri, si raggiunge facilmente anche in funivia), punta sul locale in formula gourmet in idee come gli gnocchetti di ricotta di malga in brodo d’erba (info:  0433.54.015. Prezzo medio: 30 euro; posti letto con trattamento di mezza pensione, 50 euro).

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Poco lontano da Tarvisio, ma già in terra slovena, c’è il gulasch di cervo di Gostilna Jožica. Il ristorante alterna piatti d’autore a una proposta più semplice, pizza compresa. Raccomandati i “piatti della nonna” della tradizione slovena (info: gostilna-jozica.si. Prezzo medio: 25 euro).

Arnie e olivi nel Collio sloveno, a nord di Gorizia, appena oltre il confine (ph: I feel Slovenia).

Si sconfina, quasi senza accorgersene, anche in Austria, per lo speck del Biedermeier Schlöss Lerchenhof, castello-prosciuttificio dove, come spesso capita da queste parti,  si può anche dormire. È un agriturismo tra i fiori. Il loro Gailtaler Speck è prodotto con carne di suini di razza Large White allevati nell’azienda. Calde, tradizionali e con vista le camere (info: lerchenhof.at. Prezzi: doppia b&b da 150 a 200 euro).

Poco oltre le malghe slovene conservano i segreti di formaggi come il Tolminc, appena piccante, o il Mohant, stagionato a pasta molle. Si trovano all’agriturismo Jelincˇic, nella zona di Bovec e vicino all’Isonzo, che alleva pecore autoctone e fa anche ricotte e quark, formaggio fresco tipico del Centro Europa. Questa fattoria è anche campeggio, si può mangiare qualcosa o semplicemente rilassarsi sulle sdraio all’aperto. Info: kmetijajelincic.si

A pochi minuti in linea d’aria da Trieste, Lokev è il più antico prosciuttificio del Carso sloveno. Tappa d’obbligo per fare shopping gourmand con insaccati e altre specialità carsiche a base di carne realizzate con i metodi tradizionali tramandati di generazione in generazione (info: 00386.5.73.18.120)

Una sala di stagionatura del prosciuttificio Lokev

Tre diverse regioni vinicole lavorano intanto su nettari naturali e perle come la vite Žametovka, tra le più antiche in zona, da cui si ottengono pochi chili di uva l’anno, o lo Cvicˇek, vino igp a bassa gradazione prodotto solo in Bassa Carniola. Da cercare nelle cantine di produttori che sono vere glorie locali come Movia (info: movia.si), a Dobrovo v Brdih, o da pionieri come Radikon (info: radikon.it), eroe del vino naturale goriziano. Sempre danzando tra più culture, lingue diverse. Ed è bello così.

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Tra vigne e cantine: ecco come cambia l’enoturismo in tempi di Covid

Il futuro del turismo italiano passa (anche) da una vigna. Già prima della pandemia, l’enoturismo registrava, nel 2019, una crescita del giro d’affari pari al 45% (fonte: Rapporto sul turismo enogastronomico), con un allargamento del pubblico interessato a degustazioni e visite in cantina (in forte aumento i giovani). Ora il segmento ha subìto una battuta d’arresto, come tutto il settore, naturalmente. Ma tra i filari c’è maggiore ottimismo rispetto alle prospettive non certo rosee dell’intero mondo Travel.

Perché il turismo del vino ha tutte le caratteristiche del nuovo modo di viaggiare, in tempi di Covid: soggiorni in Italia, spesso a pochi chilometri da casa, periodi brevi con frammentazione delle ferie in long weekend, maggior contatto con la natura e tante esperienze open air. Tutti requisiti che hanno portato Roberta Garibaldi, autrice del Rapporto, a concludere che “le aree rurali hanno una marcia in più, oltre al food in senso stretto: luoghi di grande fascino come vigneti ed uliveti potranno essere valorizzati e divenire location oper air per degustazioni, per attività sportive quali trekking, nordic walking, mountain bike, yoga o attività artistiche”.

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Potenzialità e previsioni di cui abbiamo chiesto conferma a Gianni Maccari, responsabile aziendale Società Agricola Ridolfi Srl, da poco premiata da The Wine Hunter: il Brunello di Montalcino 2015 “Donna Rebecca” di Ridolfi è stato inserito tra i 100 migliori vini della classifica.

Due le tenute dove l’azienda dà vita ai suoi “Nobili rossi di Toscana”: Tenuta Ridolfi a Montalcino, lungo la celebre Strada del Brunello, e Tenuta Rocchetto, nel Chianti Docg. Due territori che hanno visto nascere tra i primi in Italia il fenomeno dell’enoturismo, ormai qualche decennio fa.

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Ma cosa ha cambiato la pandemia Covid-19? Un primo impatto ha, naturalmente, investito la produzione e la vendita di vini. “Sul versante della commercializzazione, essendo il nostro un tipo di prodotto che si riferisce soprattutto ai canali horeca (ristoranti, enoteche, bar) il rallentamento c’è stato, legato soprattutto alla chiusura degli esercizi imposta dal lockdown”, spiega Maccari.

Ma il secondo effetto è stato la diminuzione delle visite in cantina: “È cambiato il flusso ed è maggiormente problematico ospitare turisti in cantina, causa protocolli Covid. Diciamo che per ora è cambiato anche il mix dei visitatori: ci sono ovviamente più italiani e meno stranieri, ribaltando le proporzioni pre-Covid”.

Una complicata fase di transizione in cui, però, si rileva una nota positiva: “Una novità è rappresentata dal pubblico più giovane, un buon segnale che significa l’avvicinamento al nostro mondo di un segmento importante in prospettiva futura”, prosegue Maccari.

Altra chiave interessante per un rilancio dell’enoturismo è l’avere a disposizione ampi spazi tra i filari e i campi delle tenute: “Concordo con le previsioni fatte da Roberta Garibaldi. Vanno valorizzate queste visite con degustazione all’aria aperta per far apprezzare ancora di più i nostri vigneti e il nostro lavoro. È sempre più vincente la strategia di far vivere un’experience che coinvolga direttamente il turista, facendolo immergere non solo nella realtà della cantina e dell’azienda ma in quella dell’intero territorio dove si produce il vino”.

Una delle strade che si possono percorrere è quella digitale, offrendo anche esperienze virtuali legate al mondo del vino: corsi e degustazioni online, visite da remoto alle cantine…
“Sì a degustazioni e ai corsi online che ormai sono un nuovo modo di avvicinare e fidelizzare il consumatore. No, invece, alle visite virtuali. Nulla può sostituire l’esperienza diretta, la magia che si crea quando si può raccontare ed assaporare di persona come nasce, matura e si evolve un grande vino. In questo senso il racconto va fatto tra i filari e le bottiglie, dove si può trasmettere con più calore la competenza, la storia, la filosofia e la passione di chi produce”.

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Valle Arroscia: il sapore delle Alpi Liguri, tra trekking e antiche ricette

È uno spicchio di Liguria dal territorio avaro, la Valle Arroscia. Tra il Cuneese e le valli occitane. Un orizzonte vicino alle città, eppure nuovo. Alle spalle delle spiagge di Cervo, di Diano Marina o di Alassio, dove si va per gli ultimi weekend di mare. Una valle dove fermarsi sulla strada del ritorno in città, per sgranchire i muscoli tra torrenti e sentieri e fare incetta di sapori unici che aiutino a ricordare l’aria aperta, il verde e il sole.

Nelle fasce strappate alla montagna dell’Alta Valle Arroscia, nel Parco naturale regionale delle Api Liguri, si coltivavano grano, segala, patate, fagioli e ortaggi. La base di una cucina contadina tutta particolare, fatta di latticini, farinacei, erbe colte dai pastori lungo i tratturi.

È la tradizione da cui sono ripartiti i 14 ragazzi – sette donne e sette uomini, tutti sotto i 35 anni – che nel 2015 hanno fondato la cooperativa di comunità Brigì (info: expovallearroscia.com). Grazie a loro attività outdoor e enogastronomia si incontrano con visite ed “escursioni someggiate” con gli asini, procedendo sui cammini della transumanza, mentre zaini e cesti da picnic vanno nei basti, lasciando il fiato per guardarsi intorno.

Le escursioni con gli asini organizzate dalla cooperativa di comunità Brigì

“Di solito si arriva alle cascate dell’Arroscia, il fiume che dà nome alla valle, tra Mendatica e Montegrosso Pian Latte”, racconta Maria Ramella, presidente e fondatrice di Brigì. “Settembre è l’ideale per avvistare i camosci. Specie al tramonto, tra le vette intorno al massiccio del Saccarello, 2.201 metri, che d’inverno, con la neve, torniamo a visitare, ciaspole ai piedi. Magari nelle notti di plenilunio”.

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Questo è anche il mese dei laboratori con i bambini. “Dall’età di cinque anni si fanno collage con le prime foglie gialle, o si visita il mulino con il figlio dell’ultimo mugnaio del paese”. Il 27 settembre, Giornata dei sentieri liguri, è prevista un giro gratuito guidato nel parco, tra i boschi che nascondono chiese rupestri affrescate, come Santa Margherita o San Bernardo delle Salse, e arditi ponti in pietra.

Il percorso prosegue nelle trattorie dei borghi, negli agriturismi e le cantine. Racconti da gustare, come gli streppa e caccialà, pezzi di impasto appiattiti con le dita, gettati in acqua con foglie di cavolo rapa e patate e conditi con il brusso, la ricotta fermentata. O come le raviore, fagottini d’erbe selvatiche crude. Sono un vanto locale, queste ultime: l’erba amara e l’erba luisa, gli spinaci selvatici e la menta, la cicoria e l’ortica.

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Su tutto, un bicchiere di Ormeasco, vitigno autoctono che deriva dal dolcetto, da acquistare poi nelle cantine del castello medievale di Pornassio, dove la famiglia Guglierame affina vini dal 1992 in quello che lo scrittore Mario Soldati chiamò “il più spettacoloso, originale paesaggio viticolo che abbia mai visto in vita mia”.

I carrugi di Pieve di Teco (iStock)

Anche l’acqua abbonda, quassù. Rio Santa Lucia, sopra Pieve di Teco, è un torrente inforrato perfetto per il canyoning (info guide per il canyoning su blumountain.it o prenotando sulla piattaforma experienceliguria/agenziainliguria.com, con molte altre idee su attività in regione). In quattro ore si coprono 200 metri di dislivello tra cascate, nuotate, tuffi in pozze trasparenti e scivoli di pietra. Un ultimissimo bagno dell’estate che sarà difficile dimenticare per un po’.

Canyoning con le guide di Blumountain

Dove mangiare in Valle Arroscia

Agriturismo Il Castagno
Poche camere semplici in campagna. Prenotare quella d’angolo con vista sull’intera valle, e la cena con gli streppa e caccialà e le tagliatelle con le ortiche di Terzilia Pelassa, nata e cresciuta a Mendatica. Del caseificio si occupa la figlia Simona Pastorelli. Vendono carne, formaggi , salumi, ortaggi e frutta dell’orto. E offrono esperienze in fattoria. Cucina espressa: meglio prenotare.
Prezzi: doppia in mezza pensione a 110 euro. Per il ristorante, a 25 euro il menu fisso con caffè e digestivo locale con erba artebusa.
Indirizzo: SP 74, Mendatica (Im).
Info: tel. 0183.32.87.18.

Agriturismo Bacì du Mattu
Cucina bianca come sugeli (gnocchetti di acqua e farina), turle (ravioloni con ripieno di patate e menta) conditi con burro e menta, bastardui (impasto acqua e farina e verdura) anche a forma di trofie. Aperto solo su prenotazione nei fine settimana e festivi.
Prezzo medio: 30 euro menu fisso completo.
Indirizzo: via Mazzini 50, Mendatica (Im).
Info: agriturismobacidumattu.it

Osteria del Rododendro
Cucina bianca tradizionale: porri, latticini, scorzonera e patate trasformate dei piatti tipici come le raviore, pasta ripiena di erbe spontanee crude, o il brodo d’erba amara (su richiesta) con patate e uovo.
Prezzo medio: menu degustazione 27,50 euro.
Indirizzo: via IV Novembre 4, Montegrosso Pian Latte (Im).
Info: tel. 0183.75.25.30.

Il brodo di erbe amare dell’Osteria del Rododendro, a Montegrosso Pian Latte

Azienda Vinicola Guglierame

Degustazioni su prenotazione e vendita di vino Ormeasco e del rosè naturale Sciac-trà (da non confondere con quello delle Cinque Terre).
Indirizzo: via Castello 4, Pornassio (Im).
Info: ormeasco-guglierame.it

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Giornata mondiale della paella: la ricetta del più famoso piatto spagnolo e l’evento per festeggiarla

Nostalgia della Spagna? Se quest’anno, a malincuore, non siete riusciti a godervi movida, sangria e la proverbiale vivacità del Paese iberico, potete gustare la Spagna a casa vostra, portandone in tavola il piatto nazionale. E l’occasione migliore per farlo è il 20 settembre, la Giornata mondiale della paella.

La Giornata mondiale della paella: l’evento per il World Paella Day 2020

Come festeggiare la Giornata mondiale della paella? In due modi. Unendovi, padella alla mano, alle migliaia di Spagnoli (e non solo) che la cucineranno – qui sotto troverete la ricetta ufficiale dell’ente del turismo – ed entrando, online, allo Stadio di Mestalla, il tempio del calcio di Valencia, città che della paella è la culla. L’appuntamento, però, non è una partita di pallone. Ma una sfida tra chef, un torneo gastronomico organizzato per il World Paella Day 2020.

A scendere in campo, otto cuochi da Italia, Francia, Romania, Australia, Giappone, Cina, Stati Uniti e Spagna. In palio, la Coppa del Mondo di Paella. Gli chef saranno in gara nelle diverse sessioni online per i quarti di finale, semifinali e finale. I match si possono seguire direttamente sul sito worldpaelladay.org.
A rappresentare l’Italia, Mateus Coelho, del ristorante Albufera di Milano, che al primo turno si batterà, a colpi di riso e fantasia, contro Anne Marie, dalla Romania. Chi vincerà il titolo di miglior chef di paella? Potete fare il tifo e condividere anche la vostra paella sui social con l’hashtag ufficiale #WorldPaellaDay.

La ricetta della paella

La ricetta della paella, con 8 milioni di ricerche su internet, si posiziona come la quarta più cercata al mondo. Centinaia i risultati e le versioni più disparate. Ecco la ricetta della vera paella (fonte Ente del turismo spagnolo).

Ingredienti per 10 persone: 1 kg di riso, 2 kg di pollo, 1 kg di coniglio, 300 g di pomodori, 500 g di fagiolini, 250 g di fagioli garrofó (varietà di fagioli bianchi usati per la tipica paella valenciana), 100 g di peperoni (facoltativo), 2 dozzine di lumache (facoltativo), 3 dl di olio, qualche filo di zafferano, aglio (facoltativo), un rametto di rosmarino (facoltativo), 6 g di paprika dolce, sale e 3,5 l d’acqua.

Preparazione
Si mette la paellera sul fuoco con l’olio e, quando è caldo, si aggiungono il pollo e il coniglio tagliati a pezzetti. Si soffrigge la carne fino a farla dorare leggermente. Si pelano, si tolgono i semi e si tritano i pomodori, quindi si soffriggono a fuoco lento con i pezzi di peperone per 7 o 8 minuti. Quando il soffritto è quasi pronto, si aggiungono un pizzico di sale, la carne e la paprika e si soffrigge di nuovo il tutto. Si aggiunge acqua fino a coprire il soffritto e si lascia cuocere.

La durata della cottura dipende dalla consistenza della carne. Se il pollo o il coniglio sono ruspanti, si calcolano 30 o 35 minuti. Dieci minuti prima che finisca il tempo calcolato per la cottura delle carni, si aggiungono i fagiolini e i fagioli garrofó, perché cuociano bene. S possono anche aggiungere le lumache, precedentemente spurgate.

Concluso il tempo di cottura, si aggiunge altra acqua calda e si lascia bollire il tutto per altri 3 o 4 minuti. Si aggiunge quindi lo zafferano e il rametto di rosmarino, si aggiusta di sale e si mantiene in ebollizione per altri 5 minuti. Quindi si aggiunge il riso distribuendolo in maniera uniforme e si lascia cuocere per altri 5 o 6 minuti a fuoco alto, abbassandolo poi lentamente. Una volta cotto, si lascia riposare per qualche minuto perché il riso assorba tutto il brodo di cottura.
La paella si serve nella stessa paellera dopo un ulteriore riposo di 5 minuti.

La vera paella valenciana e le varianti

Un’altra varietà è la paella mista, dove entrano cozze, gamberi, gamberoni, scampi o calamari. Una costante, però, sono il riso e la padella ampia in cui cuocerlo. Il nome stesso del piatto deriva dal modo in cui in spagnolo si definisce quel tipo di padella a due manici.

Innumerevoli le varianti di ingredienti in Spagna e nel mondo. Del resto, nasce come “piatto di recupero” dove finivano gli avanzi vari usati per arricchire il riso: la preparazione può quindi essere personalizzata, anche a seconda dei prodotti di stagione. Ma la vera paella alla valenciana custodisce alcuni capisaldi. La ricetta autentica ha questi ingredienti di base: pollo, coniglio e verdure, cui si possono aggiungere lumache o sostituire il pollo con l’anatra. A regalarle un aroma speciale, poi, la cottura su un fuoco a legna, meglio ancora se legno di arancio.

ricetta paella
La variante coi frutti di mare (ph: tourspain.es/Mike Water)

Inoltre, è fondamentale seguire fedelmente tutti i passi della ricetta. Ma sono ammesse alcune deviazioni, come l’“arroz con verdure” o l’“arroz a banda” (in valenciano significa “a parte”): si lascia da parte il pesce in un vassoio e si fa cuocere soltanto il riso nel brodo dove si è fatto bollire precedentemente il pesce. L’“arroz del senyoret” è un riso di pesce e frutti di mare – tutti sgusciati e puliti- perfetto per i “signorini” (senyoret, in valenciano) e l’“arroz negro” è a base di nero di seppia.

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In Spagna, provincia che vai, paella che trovi, anche nella stessa regione di Valencia. Ad esempio, in Alicante utilizzano peperone e la ñora (un peperoncino rosso tondo), altrove costine di maiale, eliminando il pollo… Vale tutto. Attenzione, però: i Valenciani le altre versioni le chiamano “arroz con cosas”. E non certo “paella”.

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Caffè, gelato, spritz: in Toscana sono tornate le buchette del vino, per fermare il contagio

Buchette anti contagio”, le chiama così l’associazione fiorentina Buchette del Vino. Che ha fatto rivivere quel sistema antico e ancora presente in molti palazzi del centro storico di Firenze. In tempi di Covid-19 quei piccoli pertugi nelle mura rinascimentali sono infatti il modo più sicuro (e originale) per passare al cliente i prodotti.

Vivoli, storico gelataio in via dell’Isola delle Stinche, serve ai clienti gelati e caffè dalla buchetta. (ph: Vivoli Gelateria)

Al momento se ne contano più di 150 in tutta la regione, dicono dall’organizzazione culturale senza scopo di lucro, creata nel 2015 da tre amici – Matteo Faglia, Diletta Corsini e Mary Christine Forrest – con lo scopo di promuovere, conservare e valorizzare queste feritoie. Pare che nella sola Firenze ce ne siano quasi 100.

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Dalla peste al coronavirus

La storia racconta che le Buchette del Vino nacquero durante la peste del 1629-1631, usate soprattutto dai mercanti di vino che volevano continuare con la vendita al dettaglio ma evitare il contagio. Lo testimonia un documento del 1634, intitolato “Relazione del contagio, stato in Firenze l’anno 1630 e 1633”, redatto dall’accademico fiorentino Francesco Rondinelli e ritrovato dalla storica dell’arte Diletta Corsini.

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Nei secoli, gran parte sono state murate. Ma tante buchette si trovano ancora lì. La curiosa vicenda è diventata “virale” in queste settimane su molti portali d’informazione di lingua inglese. 

Qui il link alla pagina dell’associazione Buchette del Vino: buchettedelvino.org

Qui la mappa delle buchette attive a Firenze e dintorni: google/maps

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